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Le mie foto della SPA di Tenuta Esdra a Pontecorvo (FR) su Book Moda MAgazine.

Il mio report del concerto dei CALIFONE per il festival TRACCE sul sito TheNewNoise insieme all’intervista dell’amico Angelo Borelli. Terracina 6 luglio 2017.

www.thenewnoise.it/califone

CALIFONE

Tracce, Terracina (LT), 6 giugno 2017.

Tracce è la rassegna musicale che da ormai cinque anni si svolge a cavallo fra primavera ed estate in quel di Terracina, cittadina laziale che ha avuto la ventura di darmi i natali. Organizzata dall’associazione locale Bucolica, la manifestazione offre proposte musicali frutto di una scelta attenta e competente, fruibili, peraltro in maniera totalmente gratuita, in spazi spesso inusuali, luoghi della città poco sfruttati o destinati ad altri utilizzi, chiese, parchi, musei, la biblioteca comunale, posti dove appunto la musica riesca agevolmente a lasciare un segno, una traccia. Questa volta siamo in Piazza Santa Domitilla, oggetto di un recente restyling, un bell’angolo di centro storico da cui si gode l’ottimo panorama del golfo e delle Isole Ponziane. In questi cinque anni grazie a Tracce sono passati per Terracina, fra gli altri, Julia Kent, Ricardo Donoso, Kill The Vultures, Teho Teardo, Oliver Coates, Paolo Spaccamonti. Fra i nomi in cartellone nell’edizione di quest’anno spicca quello dei Califone. Tim Rutili e soci celebrano, con un tour che prevede diverse date anche nel nostro Paese, i quindici anni dall’uscita del loro disco più rappresentativo, Roomsound, fresco di ristampa da parte di Dead Oceans assieme al successivo Quicksilver/Cradlesnakes. Ad affiancare il demiurgo Rutili, ci sono sia Ben Massarella che Brian Deck, i quali contribuirono alla realizzazione del disco nel 2001; completano la squadra due nuovi acquisti, Ross e Wally della band texana Slow Moses. Io provo a fare due chiacchiere con i “veterani” prima del concerto. 

In Italia il nome Califone suona un po’ buffo perché somiglia a quello di un motorino molto economico, non propriamente figo (faccio vedere loro una foto del famigerato Atala Califfone, ciclomotore che negli anni Novanta poteva polverizzare la considerazione sociale di un adolescente al solo salirvi in sella,ndr)…

Tim Rutili: Sì, ce l’hanno detto la prima volta che siamo venuti in Italia.

Invece deriva, se non mi sbaglio, da una marca di giradischi…

Tim Rutili: Era un giradischi molto economico…

La vostra musica è una miscela di tradizione e sperimentazione, in molti la definiscono “experimental folk”: siete d’accordo?

Tim Rutili: Mmmh, forse… direi che a volte sembra più musica pop a volte rock‘n’roll.

Ve lo chiedo perché ultimamente ho qualche problema ad utilizzare il termine “sperimentale”, così ho voluto sentire la vostra: ha ancora senso secondo voi utilizzare il termine “experimental” per quanto riguarda la musica?

Tim Rutili: Penso di sì, preferisco però che siano gli altri, chi ascolta, a decidere a cosa somigli la nostra musica.

Come nasce un vostro pezzo, viene prima il testo o la musica?

Tim Rutili: Di solito la musica, a volte vengono fuori prima le parole ma è molto raro.

Componi tu, Tim, visto che i Califone nascono come un tuo progetto?

Tim Rutili: In gran parte compongo io, qualche volta i pezzi nascono da improvvisazioni in studio.

Questo tour è stato organizzato in occasione del quindicesimo anniversario e della ristampa di Roomsound, forse il vostro album più importante, il più conosciuto. Insieme a te ci sono Ben (Massarella) e Brian (Deck), che hanno lavorato al disco: avete modo di suonare spesso assieme o vi siete riuniti per l’occasione?

Tim Rutili: Ci siamo ritrovati per questo tour. Brian ha prodotto il disco all’epoca e vi suonava la batteria. Con lui non andavo in tour da molto tempo…

Brian Deck: Sì, dal periodo degli Ugly Casanova, sempre una quindicina di anni fa.

Ben Massarella: Era un bel progetto quello degli Ugly Casanova. È passato un sacco di tempo da allora, penso fosse il 2002…

Vi ricordate perché avete scelto come titolo “Roomsound”?

Tim Rutili: Brian e Ben avevano tirato su uno studio (Clava Studiosndr), quello è stato il primo o secondo disco registrato lì dentro…

Ben Massarella: Il secondo, il primo è stato The Moon & Antarctica dei Modest Mouse.

Tim Rutili: Sì, e loro (Ben e Brian, ndr) utilizzavano molto dei microfoni d’ambiente, che sul banco di registrazione erano contrassegnati come “roomsound”, e così è andata.

Sia Roomsound che Quicksand/Cradlesnake all’epoca uscirono come cd “enhanced”, avevano cioè dei contenuti video all’interno: sbaglio o era un po’ una moda di quegli anni?

Tim Rutili: Assolutamente sì. Adesso questa cosa non ha più ragione di essere, cd non se ne fanno più, la gente non li compra e poi c’è YouTube.

Fra la pubblicazione di Roomsound e quella di Quicksand/Cradlesnake ci sono stati i due volumi di Deceleration, che è musica elaborata per immagini.

Tim Rutili: Sì, abbiamo fatto degli show in cui sonorizzavamo dei film, il primo è registrato interamente dal vivo, il secondo in parte dal vivo in parte in studio. Molto di quei dischi è improvvisato.

Trovo che la musica dei Califone sia di per sé molto cinematica. So che All My Friends Are Funeral Singers nasce come colonna sonora di un film girato da Tim: mi fate qualche nome di colonna sonora che vi piace particolarmente?

Tim Rutili: La mia preferita è quella di The Hired Hand (in Italia “Il Ritorno di Harry Collings”, ndr), un film del 1971 di Peter Fonda. La musica è di Bruce Langhorne, eccezionale. Lui è morto da poco, fra l’altro.

Mi piacerebbe capire da dove viene la musica dei Califone: con che musica siete cresciuti?

Tim Rutili:  AC/DC, Black Sabbath, Led Zeppelin.

Ben Massarella: Mio padre era un dj di musica jazz, così a casa ascoltavo quello, fin da quando ero molto piccolo.

Brian Deck: Più o meno come Tim: diciamo che la musica dei Califone è il risultato di tante cose differenti messe assieme. A Tim piacciono molto gli Yes, per esempio, ma questa cosa non la dice.

Veramente?

Tim Rutili: Sì, sono pazzo per gli Yes…

Tim inizia il concerto seduto al centro dietro un vecchio Roland D50, dividendosi per il resto della serata fra chitarra acustica, semiacustica e dodici corde; Deck, portamento professorale, trova posto dietro una batteria dalle generose dimensioni, mentre Massarella si occupa delle percussioni che sono quasi una seconda batteria, un timpano, due rullanti oltre alle altre diavolerie. Quanto ai nuovi acquisti, Wally si dimostra elemento poliedrico nel passare dal basso al banjo a un vecchio organo, dando il suo contributo agli intrecci vocali, mentre Ross dà nuova linfa alla verve rumoristica della band, sporcando magistralmente le armonie chitarristiche di Tim e ingaggiando con quest’ultimo lunghe tirate di bottleneck, arnesi che a fine serata immagino roventi per l’uso massiccio. La qualità del suono è ineccepibile: non che sia particolarmente fissato con questo genere di cose, ma il lungo corso del gruppo, unito alla perizia di Mattia Coletti, fonico d’eccezione, diventa qui una garanzia di successo. A rubare occhi ed orecchie del pubblico è in particolare Massarella con le sue percussioni rese in maniera eccellente dall’impianto.

I Califone propongono tutti e dieci i brani di Roomsound, che viene eseguito dal principio alla fine: i pezzi rispettano il mood originale del disco, si passa così da una disinvolta indolenza, dalla vaga venatura bluegrass, a cose più agitate. Nei momenti in cui le percussioni di Deck e Massarella viaggiano in parallelo (in “Bottles And Bones” o nel ritornello di “Wade In The Water”) il trasporto tocca l’apice e il gioco si fa particolarmente coinvolgente. Echi del fragore dei Red Red Meat, di cui facevano parte sia Rutili che Deck e Massarella, si mescolano, nelle note di questi artigiani del suono, alla folk song più tradizionale, si perdono in mille rivoli e risalgono la corrente fino alle radici blues della canzone americana. Finito il tributo al disco del 2001, si ricomincia con un pezzo dal repertorio dei Red Red Meat, quindi con cose del songbook più recente dei Califone, tra le quali “Funeral Singers” e la bellissima “The Orchids”, il momento più emozionante della serata, una cover di un brano degli Psychic TV datato 1983, tenera e struggente, con la voce di Rutili che non sembra aver perso un millimetro di smalto negli anni.

Un pezzo di storia, seppur minore, del folk americano.

Un ringraziamento a Ettore Maragoni per le foto.

Le mie foto all’inaugurazione della personale di Francesco Viscuso all’Aus Galerie di Latina su Ziguline

http://www.ziguline.com/lantimateria-di-francesco-viscuso/#

L’antimateria di Francesco Viscuso

Si parla di: 

“Per il più folle e insieme più semplice racconto che mi accingo a scrivere, non mi aspetto né sollecito né credito alcuno. Sarei matto ad aspettarmelo in un caso in cui i miei stessi sensi respingono, quanto hanno direttamente sperimentato”. Edgar Allan Poe così ci redarguiva in uno dei suoi racconti, Il Gatto Nero, così io voglio allertare i lettori, circa l’antimateria creata dall’allucinatorio Francesco Viscuso.


Francesco Viscuso

Chi o meglio cosa è costui? Potrebbe essere l’Io narrante del sottosuolo dostoevskiano, un sopravvissuto dell’Inferno strindberghiano, un delirante racconto del pittore Strauch dal romanzo Gelo di Thomas Bernhard. La loro Apoteosi. Un tentato sunto potrebbe essere: chi ha saputo piegare la messa in scena di una lucida follia alle “leggi” della fotografia.

La disturbante contemplazione di queste immagini, esposte fino al 22 febbraio 2014 presso la AusGalerie di Latina per la mostra Haunted Rooms, ha permesso all’immaginazione, o per dirlo alla William Blake, alle porte della percezione, di udire la voce di Peter Murphy nella sua cadenzata ripetizione della parola “undead”, ascoltata nel brano Bela Lugosi’s Dead.


Francesco Viscuso

La tecnica utilizzata da questo fotografo, rimanda non solo musicalmente al gotico dei Bauhaus, ma anche al cinema, nello specifico alle prime pellicole dell’espressionismo tedesco, riproponendo la stessa inquietudine degli occhi di Conrad Veidt nella sua personificazione del sonnambulo Cesare, nel capolavoro del cinema muto “Il gabinetto del Dottor Caligari”.

I suoi scatti catturano l’anima, celata, e forse terribilmente reale del soggetto che si sottopone alla sua visionaria capacità, la imprigiona, questa si agita, il corpo che la possiede diventa sfuocato, avvolto da un processo di non riuscita metempsicosi, (ovvero la trasmigrazione di un’anima da un corpo all’altro), emanando una sensazione di profondo tormento; altri ancora, propongono soggetti perfettamente a loro agio nel loro stato di “Insane”, un sorriso alla Joker si dipinge sulle loro labbra.

Francesco Viscuso (6)

Simili a dagherrotipi, le foto svelano un insieme di corpi, teschi, scarnificazione, ghigni, metamorfosi a metà tra l’umano e l’animale, con la consapevolezza di avere dato un volto alla lacerazione interiore che accomuna molti esseri umani.

Michele Mari ha scritto: “Verrà la morte e avrà i miei occhi, ma dentro ci troverà i tuoi”. Credo che nelle fotografia di Francesco Viscuso si possa ritrovare la necessaria “innaturalità” che aleggia in ognuno di noi.

Francesco Viscuso

Di solito nelle interviste ci sono quelle domande rituali e un po’ “marzulliane”, progetti, influenze, io vorrei fare una cosa, chiederti quale è la domanda che speri qualcuno ti faccia, ma nessuno ti propone?

 

Si domanda per ottenere informazioni. Per soddisfare una curiosità. Se domandassi a me stesso di confidarmi qualcosa sarei vittima di autoreferenzialità sconsiderata. Conoscerei la risposta prima ancora di averla ottenuta e di conseguenza non avrei la possibilità di appagare realmente nessun desiderio. Potrei dirottare il senso di una tale operazione paradossale in ‘cosa voglio che la gente sappia ancora di me?’. In verità le risposte alle mie domande interiori le condivido attraverso tutto il mio lavoro. E di fatto ogni mio progetto è anche un tale dialogo a più voci, un intreccio di interrogazioni e ipotesi di adattamento di Logos e Imago all’incondizionato, all’interno del quale ho il timore di dire forse fin troppo. Ma è un timore piacevole. Quando chiesero a Jim Morrison quale fosse la sua più grande paura lui rispose “la mia più grande paura è che la gente mi veda come io vedo la gente”. Era una bella risposta ad una domanda piuttosto marzulliana.

Francesco Viscuso

Ho letto che sei un fan di Tarkosky, anche io, ti cito uno dei suoi film che più mi ha colpito “Stalker”, un viaggio nella “zona”, due personaggi in antitesi, lo scrittore, il professore e l’esaudirsi di un desiderio. Io mi sono sempre chiesta e ti domando, saresti entrato nella stanza oppure no, e cosa avresti chiesto?

 

Uno dei personaggi decide di non entrare nella stanza perché non vuole vomitare in faccia a nessuno lo schifo che ha dentro di sé. Preferisce crepare alcolizzato nella sua puzzolente stamberga, ma tranquillo e in silenzio. Lo stesso Stalker non è mai entrato nella stanza, preferisce non sapere. Se c’è qualcosa che davvero desidero è avere la possibilità di vomitare in faccia a chiunque lo schifo che ho dentro. “Più profonde ferite che a me, inflisse a te il Tacere”, scriveva Paul Celan. Il non volersi dire è un rifugio per codardi. Non mi riguarda. Sarei entrato in quella stanza. Avrei espresso un desiderio qualunque, perché in ogni caso la stanza avrebbe esaudito il desiderio inconscio del mio inconscio, ed io avrei avuto finalmente la possibilità di mettermi di fronte a me stesso, nudo. Come per il Porcospino (detta così fa ridere, ma chi ha visto il film sa di cosa parlo), una tale rivelazione avrebbe potuto indurmi a commettere suicidio, e in fondo preferirei morire nella consapevolezza che crepare nell’ignoranza.

foto di Ettore Maragoni

Carver in suo racconto, Cattedrale, cerca di spiegare cosa sia questo tipo di architettura ad un cieco, mi descriveresti il tuo “lavoro” come se dovessi spiegarlo ad una persona priva di un senso?

 

“…cercano di prevedere là dove non vedono, non vedono più o non vedono ancora. Lo spazio dei ciechi coniuga sempre questi tre tempi di memoria”, scriveva Derrida in Memorie di cieco ed io aggiungo che una tale coniugazione mnestica avviene nell’orizzonte di rovine che sono all’origine della possibilità stessa della ricostruzione del visibile: segni che si fanno avanti. “Rovina è l’autoritratto, il viso fissato come memoria di sé, ciò che resta o ritorna come uno spettro non appena al primo sguardo su di sé una raffigurazione si eclissa”, continuerei citando ancora una volta Derrida. Tu o il tuo Altro bendato probabilmente non capireste nulla di ciò che oggettivamente realizzo, ma iniziereste a farvi un’idea del tipo di percorso che ho intrapreso. Il mio lavoro è soprattutto la ricerca della luce della mente, quando essa è terribilmente sconvolta. Il mio autoritratto impossibile da vedere se non ad occhi chiusi.

foto di Ettore Maragoni

Ho letto del tuo amore per Duchamp. Io ho una sua biografia, non letta. Immagina di dover raccontare a me, che sono come un foglio bianco, cosa sia la sua arte per te, e come la tua predilezione sia caduta in maniera particolare su lui e non su altri?

 

Ponendo il problema della riconoscibilità dell’opera d’arte nel XX secolo, Duchamp disse: “Si possono fare opere che non siano d’arte?”. Era ironico, ma quando in una sua lettera a Mary Ann Adler leggiamo: “…stavo cercando una qualche «raison d’être», altra cosa da un’esperienza visuale”, ci rendiamo conto che ciò che davvero cercava non era l’oggetto-immagine, ma quella che Freud avrebbe chiamato ‘la questione del proprio vero’. La ragion d’essere che lo attraversava si incontrava in tutti quegli oggetti che in un particolare momento e in una determinata condizione psichica assumevano per lui la funzione di un rendez-vous, un appuntamento. Sylvia Plath ha chiamato “Celestial Burning” quell’ardore celestiale che inaugura il processo di partecipazione mistica con un segno che d’improvviso cessa di essere oggetto e diviene soggetto e parla attraverso il cosiddetto ‘artista’ che altro non è se non il medium, il traduttore di tale enigmatico movimento, di questo occulto passaggio. Duchamp era dunque consapevole, come dovrebbe essere consapevole ogni ‘inventore’, di lavorare alla ricerca della sua raison d’être attraverso il farsi opera dell’opera e non all’opera stessa. Qui la lucidità del suo discorso, qui la mia predilezione per la sua filosofia.

foto di Ettore Maragoni

Siccome nel rituale da fine intervista c’è sempre il “dove ti potremo vedere al lavoro prossimamente”. Io ti farei una domanda da cappellaio matto, dove NON ti potremo trovare?

 

Probabilmente non mi troverete in Parlamento, non mi troverete ospite della De Filippi, non mi troverete a Casa Pound e non mi troverete in Siberia. Perché detesto e combatto i ricatti sociali della corrotta classe dirigente italiana, il programmatico istupidimento delle masse, il reato di apologia del fascismo e il freddo del Nord. Potrei sempre trasformarmi in un nobile guerriero e lasciare spazio alla mia sete di giustizia nutrita dall’ira funesta, eppure credo nella pace e nella forza della non violenza, per cui le suddette improbabili presenze restano inalterate. L’ovunque, in ogni caso, è un luogo che mi incuriosisce profondamente e spero di poter essere nel maggior numero di posti possibili, fino a che la vita deciderà di ospitarmi.

 

Testi di La Seconda Signora Panofsky. Foto di Ettore Maragoni.

Le mie foto del muro realizzato a Terracina da MP5 per Memorie Urbane su Ziguline

http://www.ziguline.com/mp5-dipinge-per-memorie-urbane-con-gli-occhi-di-una-bambina/#

MP5 dipinge per Memorie Urbane con gli occhi di una bambina

Vi starete chiedendo come mai parliamo ancora di Memorie Urbane, “non era finito?” direte voi. Sì, la manifestazione di arte urbana di casa sul litorale pontino si è conclusa lo scorso 30 giugno con una grande festa ma non si è fermato il proposito di riqualificazione urbana. Con You can not Look at the Sky if you do not have the Eyes of a Child, la street artist MP5 ha inaugurato la stagione autunnale degli interventi di riqualificazione di Memorie Urbane.

MP5 non aveva mai ricevuto una tale accoglienza, che potete vedere anche dalle foto e con questa opera ha ridato colore e vita a un muro molto vecchio che si trova nel centro del paese, in Piazza Quattro Lampioni.

Detto questo il consiglio è facile, caricate sulla vostra auto un ombrellone, calzate gli infradito, indossate il costume più fresco che avete e recatevi sul litorale pontino. Un tour, semmai guidato (contattate Davide Rossilo, ideatore e curatore del festival oppure quel tipo losko di Solko) dei muri di Memorie Urbane tra Gaeta e Terracina e poi tutti al mare. Troverete le opere di Borondo, DALeast, Domenico Romeo, Alice Pasquini, Martina Merlini, Lucamaleonte, SAM3, Faith 47, Moneyless e tanti altri. attenti alla vernice fresca di MP5 però!

Tutte le foto sono di Ettore Maragoni.

 

Carnem Body #3. Fabbrica del Vapore, Milano